Castello Tramontano

Castello Tramontano

Il Castello Tramontano è situato su una collinetta, chiamata collina di Lapillo, sovrastante il centro storico della città di Matera, e prende il nome da Giancarlo Tramontano, che nel 1497 divenne conte della città. Furono i desideri di grandezza del Tramontano a condurre verso la realizzazione di questo fortilizio, che, tuttavia, non venne completato.

In stile aragonese, il Castello, con un maschio centrale e due torri laterali rotonde, smerlate e dotate di feritoie, fu fatto costruire a partire dal 1501 dal Conte.

Cominciò così la costruzione del Castello, che era situato su una collina dominante la città, al di fuori delle mura cittadine, con lo scopo di controllo feudale dei terreni circostanti più che di difesa della città stessa. Pare che poi la costruzione avrebbe dovuto comprendere altre torri di difesa, una delle quali è stata rinvenuta sotto la centrale piazza Vittorio Veneto di Matera insieme ad altri ambienti ipogei. Per la costruzione del Castello furono spesi ben 25.000 ducati e ciò andò a gravare ancor di più sulla popolazione.

Oggi si presenta composto da un paio di torri laterali di forma circolare e da un torrione cilindrico che spicca sui setti murari di collegamento. Tre torri, quindi, ma secondo le intenzioni del Tramontano dovevano essere ben dodici le torri di difesa poste lungo la cinta muraria.

Benché incompiuto, l’edificio appartiene a una tipologia caratteristica dell’architettura castellana tardo-medievale. Alla fine del XV sec., la preponderanza delle bombarde e in genere delle armi da fuoco aveva apportato dei sostanziali mutamenti agli impianti castellari. Per resistere ai proiettili dei cannoni avversari, come anche per assorbire il rinculo dei pezzi difensivi e favorirne gli spostamenti, non servivano più le torri mastodontiche e quadrate, o le mura alte e le merlature spiccate, che anzi offrivano un bersaglio più agevole alle cannonate. Era piuttosto necessario ridurre lo specchio murario, ispessire le fabbriche, conferire un’altezza uniforme alle diverse parti della fortificazione e accentuarne la scarpatura, apprestando dei rinforzi cilindrici casamattati, più bassi e grossi del solito. L’uso delle «rondelle» tondeggianti o delle torri profilate «a mandorla» diminuiva in effetti le superfici rettilinee dei castelli, che quindi potevano schivare meglio le palle in pietra o in ferro sparate dalle artiglierie nemiche. Proprio ai modelli costruttivi che nella seconda metà del Quattrocento avevano avuto in Francesco di Giorgio Martini uno dei massimi architetti si ispirava il castello Tramontano, ideato nel miraggio di Castelnuovo.

Cenni storici

L’anno 1495 segna per Matera l’inizio di un periodo oscuro e triste a causa delle vicende che la vedranno sottomessa per la prima volta alla servitù feudale. Proprio in quel periodo, la figura di Giancarlo Tramontano, originario di Sant’Anastasia, umile popolano sostenitore degli aragonesi, emerge fra tumulti e tensioni per il dominio sulla città partenopea, tra i francesi di Carlo VIII e gli spagnoli, a seguito della morte di Ferdinando I d’Aragona, avvenuta nel 1494.

Il nuovo Re di Napoli, Ferdinando II, aveva promesso ai Materani di non cedere più la città ad alcun feudatario, dopo che questa si era già liberata più volte dal giogo feudale pagando diversi riscatti per restare città libera ad autonomo reggimento, cioè dipendente direttamente dalla Corona Reale.

Nonostante avesse una carica importante quale Mastro della Regia Zecca, ritornò a Matera colmo di debiti pretendendo dall’aristocrazia locale, sempre più offesa e derisa, altre gabelle e tasse per colmare le casse vuote. La sua triste fine era, ormai, imminente.

Il 28 dicembre del 1514 chiese al popolo 24 mila ducati per sanare un debito con il suo creditore catalano Paolo Tolosa. Esasperati dai continui soprusi, alcuni popolani e nobili, riunitisi nel Sasso Barisano nei pressi della Parrocchia rupestre di S. Giovanni Vecchio, nascosti dietro un masso, u pizzone du mmal consighj (il masso del mal consiglio), organizzarono l’uccisione del Conte. L’agguato si sarebbe svolto l’indomani in Duomo, poiché la chiesa era l’unico posto dove il Conte era costretto, dalle usanze del tempo, a disarmarsi. La guarnigione armata lo avrebbe atteso all’esterno come sempre. D’altronde le sue guardie, mercenarie, si potevano corrompere facilmente. E così fu…

…La sera del 29 dicembre 1514, infatti, in occasione della messa del vespro, il Tramontano fu affrontato dai congiurati, si difese strenuamente ma dopo aver cercato invano la fuga, fu ucciso in una via laterale del Duomo, l’odierna Via Riscatto.

Si ha certezza di questa tragica data grazie ad un’incisione presente sulla base di una colonnina della chiesa di San Giovanni Battista che recita: DIE 29 DEC … INTERFECTUS EST COMES.
Si racconta che fu denudato e colpito ripetutamente con le pesanti alabarde sottratte ai suoi uomini, prima di essere abbandonato, a brandelli, in una pozza di sangue.

Le campane suonate a martello annunciarono la morte del tiranno ed il popolo, ormai in tumulto, invase le strade ed i vicoli, correndo e gridando. Ci furono tentativi di incendio ai documenti della pubblica magistratura e, dopo una violenta irruzione nel suo palazzo, fu arrestata sua moglie e saccheggiata ogni cosa. Il buon senso di alcuni cittadini prevalse e la Contessa fu salvata da altri orrendi atti. Non furono mai trovati i colpevoli, né assassini e né mandanti, e gli unici nomi che compaiono fra gli indiziati sono Tassiello di Cataldo e Cola di Salvagio, e la leggenda popolare vuole che a compiere il delitto sia stato uno schiavone, ossia un serbo-croato.

Il delitto fu considerato, per quel che era, un reato politico, ed un attentato alla corona, rappresentata sul territorio dal Conte.

Per punire i colpevoli fu inviato dal Re il Commissario Giovanni Villani, che fece impiccare quattro materani innocenti, inquisì altri cittadini che riuscirono a riscattarsi pagando 2 mila ducati ed accusò l’Amministrazione della Città per aver incoraggiato la sommossa e per non aver punito i colpevoli.
A conclusione della vicenda, considerato che per l’Università non fu possibile controllare la situazione, né domare l’istinto violento ed incontrollabile del popolo, né rintracciare i colpevoli fra la folla inferocita, fu imposto dall’erario un’ammenda di diecimila ducati, davvero tanti considerando che la citata collana di 25 perle ne costava circa 700. Su solenne richiesta dell’allora sindaco di Matera Berlingerio de Zaffaris, il 22 giugno del 1515, il notaio Franciscum Groia di Matera fu ricevuto a Napoli dal Re Ferdinando d’Aragona che concesse, finalmente, un generale indulto.

Intelligente, astuto e valente spadaccino, era stato  il primo cittadino eletto dal popolo a sedere con nobili e clero nel parlamento di Napoli, dove ottenne anche la nomina a Mastro della Regia Zecca.
Per una serie di servizi resi al Re, pretese la Contea di Matera, città che era sempre stata demaniale, che dipendeva, cioè, direttamente dalla Corona. Il Sovrano ne subordinò la concessione ad un manifestato consenso dei materani, che ovviamente glielo negarono. L’obiettivo del Conte fu ugualmente raggiunto con la complicità di alcuni nobili e popolani materani abilmente raggirati con false promesse di esenzioni e privilegi.

I materani sottoscrissero, illusi, la loro servitù feudale. Così il primo ottobre 1497 il Re Ferdinando II, detto Ferrandino, figlio di Alfonso II e succeduto a Ferdinando I, procedette all’investitura del Tramontano riconoscendogli l’ambita Contea.

Negli anni successivi troviamo tracce del nostro irrequieto personaggio in numerose contrade del Regno, impegnato in scontri con i francesi. Fu fatto anche prigioniero e privato della sua Contea. Riuscì a liberarsi, e cercò in modi bizzarri di riottenere la Contea di Matera.
Infatti il primo novembre 1506 si recò a Napoli in occasione del corteo reale del Re cattolico Ferdinando e della Regina Germana De Foix, ed usò un abile stratagemma per impressionare il Re. In strade adiacenti a quelle del corteo costruì maestosi archi di trionfo in legno, dai quali fece gettare monete ed altri oggetti di valore.

La folla accorsa per il corteo si radunò quindi tutta sotto questi archi, ed il Corteo Reale fu costretto a deviare il percorso dirigendosi verso i suddetti archi di trionfo. Qui Gian Carlo Tramontano e la sua consorte, Elisabetta Restigliano, fecero dono alla Regina di una costosissima collana di 25 perle, con lo scopo di accattivarsi la benevolenza dei regnanti e riottenere la Contea di Matera.
Il Re non si fece impressionare da questi meschini esibizionismi e assicurò alla Contea la sua demanialità, ma, allontanatosi il Sovrano, il nostro ambizioso capo-popolo raggiunse il suo scopo “convincendo” il Viceré che lo riconfermò Conte di Matera.

Le vicende conosciute a Matera durante l’inchiesta, stimolarono la fantasia del commissario regio Giovanni Villani che scrisse una commedia prendendo spunto dall’episodio, intitolata “il Conte di Matera”, divenuta qualche secolo più tardi, nel 1955, un film con Virna Lisi.
E’ in questa commedia che ritroviamo quasi tutti gli elementi della leggenda popolare privi però di ogni fondamento storico, come le tasse ed i soprusi romanzati ed ingigantiti e come lo “ius primae noctis”, che avrebbe dato al Conte il diritto su tutte le donne nella loro prima notte di nozze, ancora vergini.

Testo a cura di Renato Favilli, Guida Turistica